La cultura viene spesso considerata uno dei fondamenti della vita democratica: uno spazio di confronto, ricerca e crescita collettiva, capace di alimentare il pensiero critico e la partecipazione civile. Proprio per questo motivo, però, è anche uno degli strumenti di controllo più ambiti da chi esercita il potere. Nel corso della storia idee, opere, simboli e persino il linguaggio sono stati utilizzati non soltanto per diffondere conoscenza ma anche per orientare il consenso e consolidare determinate visioni del mondo.
Quando la cultura smette di essere un luogo di riflessione e confronto e diventa un mezzo per perseguire interessi estranei alla sua natura, si entra nel campo della strumentalizzazione. Si tratta di un fenomeno antico che oggi assume forme nuove, alimentate dalla velocità della comunicazione digitale, dalla polarizzazione politica e dalla continua competizione per l’attenzione pubblica.
La cultura, per sua natura, dovrebbe essere unospazio sacro di libertà in termini di sviluppo e produzione del pensiero e del pensiero critico, riflessione condivisa a livello sociale, manifestazione del dissenso; il terreno in cui una società si interroga e impara a guardarsi allo specchio. Eppure, proprio per la sua straordinaria capacità di toccare l’identità e l’emotività delle persone, è da sempre il bersaglio preferito della strumentalizzazione politica, ideologica ed economica. Oggi questo fenomeno non è affatto scomparso: ha semplicemente cambiato pelle, adattandosi ai ritmi frenetici dei social media e alla polarizzazione del dibattito pubblico. Strumentalizzare la cultura significa oggi svuotarla del suo valore intrinseco, trasformandola in un’arma di distrazione di massa o in un bollino di appartenenza ideologica.
Eppure, il bisogno di cultura resta altissimo. Come ha commentato Teresa Gualtieri, presidente della Federazione italiana club e centri per l’Unesco (Ficlu): «L’emergenza sanitaria e sociale ha fatto emergere un rinnovato e maggiore bisogno di cultura, evidentemente quale strumento/antidoto capace di smorzare ansie e paura, di sopperire all’impossibilità dell’incontro».
Nonostante questo bisogno, assistiamo a una complessa strumentalizzazione di idee e parole del passato, una strategia funzionale a creare una sfera di riferimenti culturali e simbolici utili a legittimare una specifica visione politica. Nei suoi Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci sosteneva che far partire una rivoluzione cambiando la “struttura” (la base economica della società in termini marxisti) sia pressoché impossibile. Ciò che si può fare, invece, è lavorare sulla “sovrastruttura”, ovvero lo strato di idee, valori e cultura che influenza ogni ambito delle nostre vite. Va da sé che per cambiare la sovrastruttura serve un potere che la classe dirigente ha modo di esercitare più di altre istituzioni. Questo potere, legato a doppio filo al controllo della cultura, è in grado di plasmare le coscienze dei cittadini e far prendere loro coscienza della propria condizione sociale e politica.
La volontà di dominare la cultura da parte di uno schieramento politico non nasce quindi da un vezzo élitario o da un semplice senso di rivalsa. È una spinta dettata dall’estremo bisogno di rafforzare il proprio pensiero dandogli le basi della cosiddetta “cultura alta”, così da emanciparsi dall’idea che la politica faccia presa sul proprio elettorato solo attraverso input a bassa carica culturale. La lotta politica a suon di parole è da sempre un professarsi più potenti dell’avversario. L’élite culturale ha sempre una valenza politica: se un partito o un’ideologia tiene le redini della cultura, assume il controllo del discorso pubblico e trova un’ulteriore legittimazione per le proprie idee.
«Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». Questo celebre slogan del Partito in 1984 racchiude il nucleo del pensiero di George Orwell: il potere totalitario non si accontenta di dominare i corpi, esige il controllo totale delle menti. Per farlo deve strumentalizzare la cultura, trasformandola da spazio di libero pensiero a mero strumento di propaganda e ingegneria sociale.
Oggi, nel panorama politico occidentale, l’avvertimento di Orwell si manifesta in una forma subdola: la cultura e l’istruzione non vengono più protette come beni neutrali ma sono ridotte a pretesto e arma in mano ai leader politici per consolidare il consenso, polarizzare l’elettorato e ridefinire i confini ideologici della società. Nel saggio La prevenzione della letteratura (1946) e in 1984, Orwell aveva intuito che il primo passo verso l’assolutismo è l’occupazione politica dello spazio culturale, attuata principalmente attraverso due strumenti:
- la riscrittura della storia;
- la Neolingua e il Bispensiero, ovvero lo svuotamento delle parole dal loro significato originario per impedire il pensiero critico.
Nel momento in cui il linguaggio culturale viene politicizzato, esprimere un dubbio diventa impossibile, poiché mancano le parole stesse per formularlo.
Negli Stati Uniti questa dinamica è evidente: la cultura è diventata il principale terreno di scontro della cosiddetta culture war. Il potere politico interviene direttamente sui programmi scolastici e sulle biblioteche pubbliche, decretando cosa sia “patriottico” e cosa sia “sovversivo”. Un esempio lampante si ritrova nell’azione politica della presidenza americana. Nel suo ordine esecutivo volto a sradicare la cosiddetta “ideologia woke” dalle scuole e dalle università, Donald Trump ha rilanciato con forza la Commissione 1776, firmando un provvedimento per promuovere un'”educazione patriottica” e per tagliare i fondi federali agli istituti che insegnano la Critical Race Theory o programmi sulla diversità giudicati divisivi. Nel testo formale dell’ordine esecutivo si legge l’obiettivo esplicito di imporre «una presentazione della storia dell’America basata su una caratterizzazione accurata, onesta, unificante, ispiratrice e nobilitante della fondazione dell’America e dei suoi principi fondanti». Questo approccio riflette esattamente il meccanismo orwelliano: l’autorità statale non si limita a governare la macchina amministrativa ma stabilisce per legge quale versione della storia nazionale sia “ispiratrice”, rimuovendo o censurando i testi e le prospettive storiche che mettono in discussione la narrativa ufficiale.
Dal lato opposto del panorama politico, la cultura viene ugualmente strumentalizzata attraverso forme di dogmatismo linguistico e accademico, creando un clima in cui la deviazione dall’ortodossia del momento genera l’immediata esclusione dal dibattito pubblico.
Quando un’opera d’arte o un’istituzione culturale smettono di generare domande e iniziano a fornire solo risposte preconfezionate per conto terzi, la cultura ha già smesso di esistere, lasciando il posto alla propaganda. Difendere la cultura oggi significa restituirle il diritto all’errore, all’ambiguità e all’indipendenza, proteggendola da chi vorrebbe ridurla a un semplice argomento da talk show o a una leva per il consenso elettorale.

