“I giovani di oggi non hanno voglia di fare nulla”, “I giovani di oggi sono disimpegnati e disinteressati a tutto”, “I nativi digitali sono sempre incollati allo schermo del cellulare” … Quante volte le abbiamo sentite queste espressioni?
Nella società di oggi ai giovani vengono spesso attribuite delle etichette, che finiscono per diventare profezie autoavverantesi e influenzare il modo in cui gli stessi ragazzi cominciano a percepirsi, riducendo la complessità della propria personalità.
Ma è davvero così necessario avere sempre una denominazione per tutto?
Molti adulti tendono a descrivere le nuove generazioni come pigre, superficiali o dipendenti dalla tecnologia, senza cercare davvero di comprendere le difficoltà che i ragazzi affrontano ogni giorno, senza provare a capire qual è davvero la loro natura. E soprattutto scadendo in generalizzazioni che costituiscono una mancanza di rispetto delle singole individualità.
Si tende ad accusare i giovani di mancanza di valori ma raramente si riflette sui modelli che ricevono. Un adulto che pretende rispetto senza praticarlo difficilmente può essere credibile. Non si educa con le parole ma con l’esempio quotidiano.
In questo senso, anche la scuola ha un ruolo fondamentale. Oggi si sente spesso parlare del degrado dell’istruzione e di insegnanti costretti a sostituire le famiglie nell’educazione dei ragazzi. In realtà, però, la scuola è da sempre uno dei principali luoghi dell’educazione, non solo dell’istruzione. È proprio nel gruppo, nel confronto quotidiano con compagni e docenti, che si imparano il rispetto, la convivenza civile, l’ascolto e la responsabilità. I genitori svolgono certamente una funzione essenziale, ma da soli, soprattutto nella società complessa di oggi, difficilmente possono affrontare interamente questo compito. I giovani sono davvero “peggiori” o rispecchiano il comportamento degli adulti che osservano?
Queste etichette nascono spesso da pregiudizi o da confronti con il passato e soprattutto dalla paura di ciò che è nuovo e diverso. Tuttavia, rischiano di ridurre la complessità di ogni persona a una semplice definizione. In realtà, ogni giovane ha caratteristiche, sogni, pregi, difetti, tutti differenti tra loro e non si può essere etichettati solo in base all’età o alle abitudini della propria generazione.
E con i ragazzi anche il loro mondo viene spesso etichettato in modo negativo. Pensiamo, ad esempio, ai social network, che vengono per lo più considerati la causa per cui i ragazzi si allontanano dalla realtà, mentre costituiscono per molti uno strumento per esprimere la propria creatività, per informarsi e per comunicare.
Le etichette sociali possono avere anche effetti negativi sull’autostima, perché chi viene continuamente giudicato finisce per sentirsi inadeguato o non compreso. Anche a scuola capita che gli studenti vengano classificati come “bravi” o “incapaci” e questa percezione esterna di loro stessi può influenzare le scelte sul loro futuro. Alcuni giovani vengono definiti “problematici” solo perché hanno uno stile di vita diverso dalla massa o da quello che viene considerato “politicamente corretto” o idee fuori dagli schemi.
Eppure, sono giovani i ragazzi che sono scesi in piazza, chiedendo la fine del genocidio a Gaza e sono giovani i ragazzi che sono impegnati in movimenti ambientalisti come quello del Friday for Future. E sono numerosi i giovani che si sono candidati nelle liste per le elezioni amministrative: basta solo scorrere le liste dei candidati nel Comune di Mantova.
Cosa significa davvero educare? È una domanda che ritorna spesso nelle contraddizioni del presente, in una società sempre più frenetica, che fatica a fermarsi, a riflettere e a sviluppare un pensiero autonomo. Educare significa seminare pazienza e, come suggerisce l’etimologia latina del termine educere, “tirare fuori” il meglio da una persona, aiutandola a trasformare le proprie fragilità in occasioni di crescita e rinascita. Educare un ragazzo oggi significa scegliere di andare controcorrente rispetto a una cultura dell’indifferenza, spesso alimentata da paura, stanchezza ed egoismo.
Sarebbe importante imparare ad ascoltare di più i ragazzi, cercando di capire le loro emozioni e le loro esigenze invece di giudicarli in modo superficiale e generalizzato. Ogni generazione affronta sfide differenti e quella di oggi vive in un mondo molto veloce, competitivo e pieno di pressioni da parte di una società che vorrebbe tutti perfetti e giudica o tende ad escludere chi non lo è. Per questo motivo, i giovani hanno bisogno di fiducia e sostegno, non di continui stereotipi che chiudono la comunicazione e finiscono per costringerli a difendersi dal mondo adulto.
Superare le etichette significa riconoscere il valore unico di ogni persona e costruire una società più aperta, rispettosa e inclusiva, salvaguardando la salute e il benessere psicofisico di ciascuno e soprattutto delle nuove generazioni.

