Nell’età classica, infatti, l’adulescens era un individuo di età compresa tra i 15 e 30 anni. Pertanto, come si può evincere, già sotto questo aspetto la differenza tra adolescenza nel mondo odierno e nel mondo classico è significativa. Eppure, prima di approfondire questo tema, è essenziale comprendere quale sia l’origine di questa concezione dell’adolescenza presso gli antichi.
Nella letteratura latina e greca il concetto di adolescenza non viene quasi mai affrontato direttamente, poiché sempre visto come un momento di passaggio in cui l’individuo, sviluppandosi mediante educatio o paideia, è troppo giovane per poter essere definito cosciente, ma troppo anziano per poter essere definito innocente. Dunque, per gli autori greci e latini è scomodo affrontare esplicitamente tale tema. Tuttavia, sebbene sia un tema “scomodo”, ciò non comporta la sua rimozione totale; invero, proprio il più grande poema della storia occidentale vede come protagonista proprio un’adolescente, Achille. Degli altri esempi che seguono questa tradizione sono i grandi tragediografi Euripide, Sofocle e Eschilo, i quali mediante la rielaborazione del mito greco si ritrovano molteplici volte ad avere a che fare con personaggi giovanili. Eppure, come si può notare, nessuno si è mai occupato seriamente di questo tema dal punto di vista descrittivo e analitico, ma ciascuno di questi autori si è solo limitato a farne una caratteristica del personaggio. Il primo autore a riflettere in modo sistematico sull’adolescenza è Platone, il quale nei suoi dialoghi si occupò proprio dell’educazione dei giovani, della formazione della loro anima e anche dell’impatto di Eros su questa fase della vita. A seguire questo modello è stato Aristotele, il quale come Platone rifletté molto su questa fascia d’età. Poi, con la nascita della letteratura latina, uno dei primi generi che si affermò e che riservò uno spazio a questo tema fu la commedia, il cui primo esponente fu Plauto, che nei suoi testi trattò di giovani impulsivi e innamorati. Un altro commediografo che segue questa linea è Terenzio, che non solo mise in scena opere con protagonisti adolescenti, ma compose anche una commedia diversa dalle altre, gli Adelphoe, la quale si pone come obiettivo di mostrare la natura dell’adolescente in conflitto col padre e di presentare i diversi modelli educativi in uso all’epoca.
Negli Adelphoe, come accennato prima, l’adolescenza è un tema cruciale. È innanzitutto essenziale dire che Terenzio assunse come modello per comporre tale opera Menandro (commediografo greco del IV-III sec. a.C.), da cui prese i personaggi dell’opera e la sinossi principale. Essa vede in contrapposizione due fratelli: Demea, con figlio Ctesifone, e Micione, fratello di Demea, da cui ha ottenuto in adozione il giovane Eschino. I due sono in contrasto per ideologie diverse su come educare i propri figli: per Demea i figli devono essere sottoposti a una dura fatica, devono avere severe regole e, nel caso di trasgressioni di queste ultime, devono ricevere severe punizioni. Per Micione, invece, i figli devono essere lasciati liberi di fare qualsiasi cosa, persino disubbidire, così saranno loro stessi secondo la loro volontà a non voler trasgredire e a comportarsi bene. Questo dibattito nasce dal fatto che Demea è preoccupato per Eschino, poiché egli, non essendo sottoposto a nessuna punizione, si ritrova ogni giorno a compiere reati e a vivere un’esistenza sbandata; celebre, nel secondo atto, è l’acquisto di una meritrice. Tuttavia, il vero colpo di scena della commedia è sapere che Eschino sta facendo tutto questo male per Ctesifone, il quale, cresciuto tra il lavoro nei campi, si vuole godere la vita. Invero l’acquisto della meretrice è proprio finalizzato al suo piacere. Nella commedia, Eschino si ritrova a fronteggiare situazioni complesse a causa di questi atti balordi; un esempio è il rischio di perdere la sua promessa sposa Panfila dopo il parto. Ad ogni modo, la vera natura di Ctesifone viene scoperta da Demea, il quale capisce di aver sbagliato completamente il suo approccio educativo e comprende di fatto quanto il fratello sia stato saggio a lasciare l’opportunità di scelta a Eschino.
Anche oggi, come nell’antichità, per molti genitori si pone il dubbio su come crescere il proprio figlio. A tal proposito è necessario delineare le principali differenze tra l’adolescenza classica e l’adolescenza odierna. In primo luogo, come anticipato, questo periodo non viene visto come dotato di caratteristiche proprie, ma solo come un periodo di transizione. In secondo luogo, è essenziale dire che già gli adolescenti cominciavano presto a lavorare poiché lo scopo della persona era essere utile alla famiglia. In terzo luogo, è noto anche che, presso gli antichi, gli adolescenti fossero considerati una proprietà: nel caso romano il pater familias, nel caso greco il kýrios, avevano il controllo totale sui figli e quindi anche il diritto di vita e di morte. In seguito, è anche lecito affermare che anticamente l’adolescente, come qualsiasi persona, non fosse visto come individuo, ma come membro di una comunità, aspetto, questo, che sicuramente ha avuto un impatto nel processo di costruzione della propria identità. Inoltre, come è noto, la donna, in particolare, era oggetto di discriminazione e le adolescenti erano considerate oggetti viventi. Infine, è conosciuto anche il fatto che nella prima parte dell’adolescenza il tasso di mortalità fosse molto alto, quindi questo periodo all’epoca era anche vissuto con paura sia da parte degli adolescenti che da parte dei genitori.
Sebbene l’adolescenza degli antichi presenti molte differenze rispetto a quella moderna per alcuni aspetti, psicologici ed emotivi, è possibile individuare dei punti di contatto. Infatti, la questione posta dagli Adelphoe, cioè se sia preferibile un sistema educativo rigido o flessibile, è ancora molto attuale; come è ancora molto attuale il trasgredire le regole. Quindi, in conclusione, si può dire che l’adolescenza classica e la adolescenza odierna sono identiche.

